Giovani allenatori: un testimone per le nuove generazioni

Cosa accade ai giovani calciatori quando crescono? L’amore per il pallone, l’entusiasmo e la passione svaniscono improvvisamente con il sopraggiungere della maggiore età? Non è questo il caso di Giovanni Pretto, 22 anni, Enrico Ottocento, 21 anni, e Pietro Vallani, non ancora ventenne, giovani promesse che militano nella Prima Squadra dell’ A.C. Zevio e che nel tempo libero si dedicano alla cura e all’educazione, calcistica e non, dei piccoli giocatori del settore giovanile della società. Un incontro per capire quali sono le motivazioni che spingono questi «corridori» a portare il testimone di questo sport verso le nuove generazioni. Ecco il loro curriculum da calciatori:

Giovanni: «Dal settore giovanile fino alla prima squadra ho giocato nella San Bonifacese in Eccellenza; dopo il fallimento della società sono passato alla Cavalponica in Promozione, poi ho avuto una breve esperienza al Caldiero in Eccellenza, al Tregnago, ed infine sono approdato allo Zevio. Mi sono trovato bene in tutte le società dove sono stato ed anche qui a Zevio mi trovo molto bene, soprattutto per i rapporti umani che sono riuscito ad instaurare con la società ed i miei compagni».

Enrico: «Ho fatto sette anni a Zevio, poi quattro anni a San Martino B.A, nella Speme, cinque anni a San Giovanni Lupatoto e quest’anno sono ritornato da dove ero partito, ovvero a Zevio».

Pietro: «Io sono partito dai Pulcini qui a Zevio, ho fatto tutta la trafila fino ad arrivare in Prima Squadra, riuscendo a coronare un sogno che avevo fin da quando ho iniziato a giocare».

Giovanni Pretto è studente del terzo anno all’Università Scienze Motorie applicate al calcio, è prossimo alla laurea. E’ un’università telematica, nel senso che ci si applica attraverso il computer, per poi andare a Milano a sostenere gli esami. Allenare insieme a Pietro i ragazzini del 2011 qui a Zevio, e, per un discorso di tirocinio, allena anche una squadra di ragazzini del 2012 dell’Hellas Verona.

Scienze Motorie a Verona anche per Enrico Ottocento. E’ anche segretario del circolo del tennis di San Giovanni Lupatoto. Allenoa una squadra di ragazzini del 2010 dello Zevio. Pietro Vallani è iscritto al primo anno di Ingegneria Gestionale a Vicenza; fa da secondo allenatore a Giovanni Pretto.

A tutti e tre è stato chiesto il perché di intraprendere l’attività di allenatori, oltre ad essere studenti e anche giocatori di prima squadra.

Giovanni Pretto: «È una passione che ho da un po’ di tempo; la prima esperienza molto positiva è stata tre anni fa a Villanova, dove ho allenato i ragazzini del 2011 iniziando quasi per gioco, anche perché era una società piccola ed aveva bisogno di gente giovane. Da lì è iniziata una vera e propria passione. Per l’università è un’esperienza molto utile. Spero che in futuro possa diventare un lavoro. Io e Pietro alleniamo 11 ragazzini».

Enrico Ottocento: «Ho sempre fatto l’animatore a livello parrocchiale. L’anno scorso un mio amico animatore allenava da solo qui a Zevio i ragazzi del 2010 e mi ha chiesto se potevo dargli una mano. Subito gli ho detto di no, anche perché non avevo ancora chiaro il mio programma di studi. Poi a settembre, invece, ho cambiato idea e mi sono appassionato come non mai e faccio il secondo a Massimiliano Cavattoni con Gabriele Bazzoni. Siamo in pratica tre mister ed alleniamo tredici ragazzini».

Pietro Vallani: «Ho iniziato un po’ per curiosità, anche perché non sapevo cosa volesse dire fare un’esperienza del genere. Ho sentito che Giovanni aveva qualche difficoltà e ho quindi deciso, da fine settembre 2019, di mettermi in gioco. Sono molto contento della decisione che ho preso. Riesco però a seguire l’allenamento del martedì e la partita al sabato. Gli altri giorni finisco tardi all’università e non riesco».

Nel giovanile l’allenatore ha una grande responsabilità verso i ragazzi e la cosa più importante da trasmettere è la passione per il calcio. Riuscire a trasmettergli l’amore e la voglia di giocare a pallone. Non fare bene alla partita perché il mio papà ci tiene, ma devo andare al campo per divertirmi. Questo è fondamentale. Cerco di evitare di fare esercizi noiosi durante l’allenamento. Tutto per arrivare alla partita preparati. La partita è il momento più bello: vederli e vedersi tutti con la stessa divisa per dare il massimo, al di là di quello che può essere il risultato. Questo il pensiero di Giovanni Pretto condiviso anche da Enrico Ottocento. «Un ragazzino, quando diventerà grande, avrà sempre voglia di avere un pallone tra i piedi. Da un punto di vista tecnico, come allenatori del 2010, più che a guardare al risultato della partita del sabato, preferiamo osservare la prestazione individuale, dando a tutti i ragazzi della rosa le medesime opportunità».

Per Pietro Vallani la cosa principale è far assimilare il concetto di sport di gruppo: «il calcio è uno sport di squadra e sono contento vederli venire al campo il martedì, il giovedì e il sabato per giocare e stare insieme. Mi piacerebbe, inoltre, che in futuro questo gruppo si consolidasse ulteriormente e ci fosse l’innesto di qualche altro elemento. Se mi guardo indietro è la mia storia». 

Il rapporto con i genitori è sereno perché gli adulti hanno saputo stare in disparte pur essendo sempre presenti alle gare. «la loro presenza è la parte più gratificante, sia per i ragazzi che per il sottoscritto» dice Giovanni Pretto. «Addirittura siamo stati invitati a qualche loro festa di compleanno» si associa Enrico Ottocento. Pietro Vallani: «Io invece ho un rapporto un po’ distaccato, perché come dicevo prima non sempre posso essere presente. Sento in giro in altre squadre di rapporto conflittuale fra genitori e mister, ma qui, in tal senso, è un’isola felice». 

Se non ho capito male, per voi il risultato non conta. E’ così? La risposta è univoca: «Ad onor del vero conta poco. E’ chiaro che sarebbe bello vincere sempre. Ma questo non è l’obiettivo principale, anche se vediamo tanti allenatori che giocano solo per vincere». 

Enrico Ottocento parla anche di una particolare gratificazione: «Io ricevo tantissimo dai ragazzi. L’anno scorso allenavo tanti ragazzini stranieri. Bello è stato vedere l’armonia che c’era tra di loro, pur di provenienze e colore della pelle diversi. E poco importava se uno era alto, basso, magro o ciccione. Mi hanno fatto capire che la diversità non è un limite, anzi. Mi hanno insegnato che l’importante è avere un pallone per giocare tutti assieme per divertirsi».

Pietro ha un sogno nel cassetto: «Io avrei un sogno: fra qualche anno riuscire a giocare assieme ad uno dei ragazzini che adesso sto allenando. Questo per me sarebbe il massimo».

Ecco il profilo di tre giovani allenatori, esempi per le nuove generazioni grazie alla passione e l’attenzione con le quali si dedicano. E di certo un giorno qualcuno di questi giovani calciatori, raccoglierà il tempo e l’entusiasmo per trasmettere i valori di uno sport sano. Il passaggio del «testimone» è in ottime mani.

FZ


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