MARCO MAINENTE: DA SEMPRE PORTIERE  Come direbbe il Manzoni: Marco Mainente, chi è costui?Mi chiamo Marco Mainente e per l’Ac Zevio sono il coordinatore di tutti gli allenatori dei portieri ed inoltre alleno i portieri degli Juniores e della Prima Squadra. Nei miei trascorsi ho giocato nel Caldiero (Seconda Categoria), nella Belfiorese (Prima Categoria), nell’Illasi (Seconda Categoria), nello Zevio (Prima Categoria) e infine nella Nuova Cometa (Seconda Categoria). Ho sempre giocato in porta.Tu giochi in porta ma hai due figli che sono attaccanti. Come si spiega questa storia?Devo dire innanzitutto che gli ho proibiti di giocare in porta anche perché è un ruolo che si presta a prendere tante parolacce dai compagni. A parte gli scherzi, ai miei figli non ho mai imposto, da un punto di vista sportivo, nulla. Giocare a calcio come punta è una cosa che gli deriva probabilmente dal dna. Quest’anno Amedeo gioca a Santa Maria nella Nuova Cometa, mentre Elia gioca qua. L’anno scorso Amedeo ha fatto la prima parte del campionato qui a Zevio per poi andare a gennaio nei Boys Butapedra, disputando proprio contro lo Zevio i play out. In quelle due partite avevo Elia da una parte e Amedeo dall’altra. Devo dire che sono stato molto combattuto su chi tifare, anche se il cuore era per i colori bianconeri. Ad onor del vero devo dire che nella partita di ritorno il gol di Elia mi ha trasmesso un’emozione molto forte.Quindi allenatore dei portieri?Io alleno per la prima squadra Bellini e Lanza, mentre per gli juniores Fadini e Conti. Devo dire che sono tutti e quattro molto molto forti. Ovviamente c’è chi è un po’ più talentuoso e chi magari un po’ meno. Con loro mi trovo molto bene e negli allenamenti lavorano tutti molto sodo. Sia Conti che Fadini potrebbero essere i nostri portieri della Prima Squadra nei prossimi anni. Hanno i numeri per fare veramente bene. Ritengo che con l’impegno e l’abnegazione possano colmare alcune ovvie lacune legate alla giovane età e poter essere protagonisti in futuro nel palcoscenico del calcio dilettantistico. Sono ragazzi sempre con il sorriso e ben disposti ad accettare di buon grado i consigli che gli vengono dati. Quest’anno Fadini si è, purtroppo, infortunato un paio di volte, ma sta recuperando in fretta il tempo perduto.Quando ti possono trovare al campo?Io sono al campo martedì, giovedì, venerdì e domenica. L’anno scorso venivo anche il sabato per seguire gli Juniores, ma sono arrivato a fine stagione che ero distrutto.Una vocina mi ha detto che quando giocavi eri soprannominato Dino Zoff. E’ Vero? Era lui il tuo idolo?Quando giocavo mi ispiravo a Zenga, anche se tutti mi chiamavo Dino Zoff. Il ruolo del portiere ai miei tempi era diverso da quello di adesso. Io ero molto più forte tra i pali che nelle uscite. Ho debuttato il giorno dopo il mio compleanno, a 16 anni, nel Caldiero con Giancarlo Brutti. Per me quel 22 gennaio di tanti anni fa mi è rimasto nel cuore. Non c’è paragone tra il ruolo del portiere di adesso con quello di quegli anni, quando esisteva il retropassaggio potendo riprendere il pallone con le mani, metterlo giù e poi rigiocarlo. Era proprio un gioco diverso rispetto a quello attuale. Vorrei aggiungere che la mia carriera è stata segnata da un infortunio molto grave. Nel 1997, quando dopo la partita con la Provese, che per la cronaca avevamo battuto per 1 a 0, tornado a casa con la moto ho avuto un gravissimo incidente rimanendo un anno in ospedale. Avevo 600 minuti di imbattibilità. Sono stato fermo cinque anni, ma la passione era tanta. Ho lavorato duro per tornare in campo e sono molto orgoglioso di quello che ho fattoper ritornare a giocare. Poi ho giocato fino a 35 anni.Qual è una dote che non deve mancare ad un portiere?La cosa più importante per un portiere è vivere la partita con una tranquillità massima. Tutto il lavoro in settimana deve essere finalizzato per trasmettere ai propri compagni di reparto lucidità e sicurezza. Devono sentire di avere alle loro spalle una garanzia di sicurezza. Un attaccante può sbagliare e non succede nulla. Un nostro errore in tutto l’arco dei 90 minuti può essere fatale. Bisogna essere molto forti anche mentalmente.  Io credo che, per quanto importante possa essere, si tratta comunque di una partita di calcio e ci si deve divertire e far divertire chi ci viene a vedere. Il giorno dopo si deve andare a lavorare o tornare sui banchi di scuola. Questo è il mio credo che cerco di trasmettere ai miei ragazzi.Com’è composto il tuo staff?Vorrei ricordare il mio staff: Migliorini Stefano, Ferrari Michele, Checchini Michele e Ianniello Carlo. Sono tutte persone meravigliose con le quali c’è un confronto quotidiano dopo ogni partita e dopo ogni allenamento. Tutti tecnici molto seri e preparati con i quali è un piacere collaborare.Come loro si confrontano con me, anch’io a mia volta mi confronto con Domenico Doardo, mio cugino, che è stato un portiere professionista; nei suoi trascorsi, oltre ad aver giocato in parecchie squadre di seria A e B, è il braccio destro di Di Canio al Sunderland ed attualmente si trova in Arabia Saudita come allenatore; ogni settimana mi invia un programma degli allenamenti da svolgere. Lo sento anche spesso per avere dei consigli su particolari situazioni da far miei e al tempo stesso da trasmettere ai miei collaboratori.Per finire: un tuo motto nella vita e nello sport?Un mio motto nella vita potrebbe essere “Il lavoro ti ripaga sempre di tutto” e negli allenamenti “Soffrire, soffrire, soffrire”
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